Roma contro l'Elettrosmog

IL GIUDICE SI PRONUNCIA SULLA PERICOLOSITA’ DEI TELEFONINI? QUALE MESSAGGIO SUGGERISCE LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI IVREA

di Giuseppe Teodoro

uomo che parla al telefonino

Il dibattito e le polemiche seguiti alla sentenza del Tribunale di Ivrea, con cui l’Inail è stata condannata – in primo grado – a risarcire il tecnico della Telecom, ammalatosi di tumore all’orecchio dopo aver utilizzato per anni il telefonino per ragioni di lavoro, ritengo meritino un commento ragionato, non ancorato a prese di posizione precostituite e, men che meno, a giudizi emotivi.

Quel che emerge dall’analisi dei più o meno autorevoli interventi giornalistici focalizza l’accento sul dubbio che la magistratura possa sancire – con una sentenza – la pericolosità del cellulare, ovvero di uno strumento tecnologico, oggi talmente popolare e diffuso, da essere considerato una vera e propria “appendice” del nostro corpo.

In realtà la sentenza stabilisce più semplicemente che, a seguito di un evento dannoso (l’aver contratto una patologia), al paziente riconosciuto inabile, ai sensi della legge vigente, è assegnato un vitalizio erogato dall’ente preposto, appunto l’Inail.

Ora, l’aver identificato il nesso causale tra patologia acquisita ed uso eccessivo del telefonino è un ulteriore passaggio, che gli esperti, i media, la stampa e l’opinione pubblica hanno in alcuni casi scientemente, in altri artatamente descritto, con l’effetto, ora di enfatizzare il rischio per la salute collettiva, ergendosi a paladini di una non meglio definita “controrivoluzione tecnologica”, ora di minimizzarlo, col tacciare di “incompetenza” l’intervento del magistrato, “colpevole” di aver assunto la decisione sulla base di uno studio scientifico piuttosto che di un altro.

Invero, il giudice, interpretando la norma, ha applicato null’altro che il principio di precauzione, quel prezioso corollario contenuto nell’art. 191 del Trattato istitutivo dell’Unione Europea e recepito dal nostro ordinamento (Legge Quadro 36/2001), che trova applicazione nei diversi settori del progresso scientifico e tecnologico, ogni qualvolta la scienza, per il livello di conoscenza raggiunto o per l’inesistenza e/o l’insufficienza di osservazioni e studi adeguati, non è in grado di assicurare che l’innovazione tecnologica sia destinata ad evolvere in direzioni totalmente sicure ed innocue per la salute umana.

Tale principio, pertanto, porta a rovesciare l’ottica di approccio, inducendo a chiedersi non se i campi elettromagnetici sono  nocivi, bensì se sono innocui !

In sostanza, esso suggerisce di adottare misure per prevenire un danno, anche quando non si è del tutto certi che tale danno si verificherà.

Ciò non vuol dire, quindi, che il cellulare va demonizzato, bandito o cancellato dai mercati e dalla nostra vita, ma piuttosto che va rivisto l’approccio quotidiano con esso, che va preteso che i governi si facciano carico di introdurre politiche e norme cautelative e, in alcune situazioni, limitative dell’uso improprio e smodato che di esso si è indotti a farne.

E la domanda che sorge spontanea è: cosa ha fatto lo Stato italiano per mitigare l’impatto potenzialmente pericoloso di questo “oscuro oggetto tecnologico del desiderio” sulla popolazione?

Niente ! O meglio, i governi che si sono susseguiti dal 2003 ad oggi hanno sì varato una serie di provvedimenti, ma utili solo ad agevolare le multinazionali della telefonia mobile ed implementare le tecnologie di comunicazione nonché la diffusione e l’uso disinvolto dei cellulari.

Varrebbe la pena di elencarli tutti i numerosi interventi normativi che hanno garantito enormi spazi di manovra ai gestori della telefonia, ma mi limito a citarne solo due in ordine temporale: il primo, il codice delle comunicazioni elettroniche (D.Lgs. 259/2003), che, fra l’altro, introduce limitazioni legali della proprietà privata, con minaccia di ricorso all’autorità giudiziaria in caso di rifiuto alla installazione delle infrastrutture; e l’ultimo, un decreto (DPR 31/2017), con cui l’autorizzazione paesaggistica per alcuni interventi viene esclusa o attenuata. Tra questi rientra l’installazione o modifica di impianti radioelettrici!

Dunque, disposizioni univoche nella direzione di tutelare gli interessi dei grandi potentati delle comunicazioni, a fronte di quanto invece ha saputo esprimere la Francia, che nel 2015 ha varato una legge cautelativa, che frena il deprecabile fenomeno di “antenna selvaggia”, limita le condizioni di vendita di telefonini agli adolescenti al di sotto dei 14 anni, proibisce il wi-fi nelle scuole materne ed asili nido.

Provvedimenti per i quali lo Stato francese non è stato apostrofato di catastrofismo né che hanno presupposto alcun condizionamento o vincolo al libero mercato delle nuove tecnologie.

Appare evidente, pertanto, che il nostro Paese non ha ancora maturato una coscienza civica e, soprattutto, politica tali da definire le istituzioni che ci rappresentano all’altezza del compito di guidare i processi di cambiamento e sviluppo, bilanciando gli interessi espressione di tecnologie di comunicazione, che avanzano dirompenti, con quelli, sicuramente sovrani, di tutela della salute della popolazione e dell’ambiente.

Vale la pena rileggere, al riguardo, quanto scriveva nel 2009 il prof. Angelo Gino Levis, sì, proprio il perito del Tribunale di Ivrea, accusato da certa stampa di “conflitto di interessi”, sol perché vicino ad un’associazione che sostiene le tesi cautelative:

Va inoltre sottolineata la gravità derivante dalla mancanza di informazioni corrette su questi temi, che è la causa determinante dell’uso scorretto e spesso superfluo delle tecnologie in oggetto, in particolare da parte dei soggetti più sensibili (bambini, adolescenti), sui quali gli effetti dannosi derivanti da tale uso cominceranno a manifestarsi in tutta la loro gravità, tenuto conto dei tempi di latenza, solo tra qualche anno.

E va sottolineata la gravità di una situazione caratterizzata da una vera e propria invasione di nuove tecnologie wireless, invasione che dà luogo ad un aumento sostanziale del background elettromagnetico e che si verifica senza alcun controllo, censimento e monitoraggio delle infrastrutture che ne consentono l’accesso e senza che se ne conosca minimamente l’impatto sanitario.

 

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