Roma contro l'Elettrosmog

LA STRATEGIA DELLE TLC PER DELEGITTIMARE GLI STRUMENTI A TUTELA DELL’ELETTROSMOG CONTENUTI NELLA LEGISLAZIONE ITALIANA

Uno scenario inquietante emerge dall’affondo che le multinazionali delle telecomunicazioni (TLC) hanno lanciato contro la legislazione italiana, colpevole di difendere principi e valori di rango costituzionale, quali la salute, l’ambiente e il paesaggio.

Sì, perché a questo obiettivo mirano gli attacchi simultanei portati avanti l’Authority garante della concorrenza e del mercato e la Corte di Giustizia europea dai gestori telefonici.

Da un lato si vuole smantellare il sistema dei limiti elettromagnetici tra i più cautelativi al mondo (6 V/m), dall’altro si mira a neutralizzare gli strumenti a disposizione di regioni ed enti locali, che consentono di apporre vincoli di tipo urbanistico (c.d. criteri localizzativi) agli operatori che intendono installare impianti di telefonia cellulare.

Nel primo caso, la diffusione della tecnologia 5G è subordinata alla installazione di un numero impressionante di impianti, con il rischio, pressoché garantito, a detta dei tecnici, di superare in numerosi ambiti i valori soglia prescritti dalla legge.

Per cui, stante l’enorme cifra (6,5 mld €) sborsata dagli operatori per l’asta del 5G, non appare credibile l’ipotesi che gli stessi facciano retromarcia se le loro politiche di mercato dovessero impattare con la presenza nel nostro ordinamento di limiti elettromagnetici cautelativi.

Sul fronte dei vincoli per i c.d. obiettivi di qualità, intesi come prescrizioni e/o standards urbanistici, l’aggressione è rivolta a regioni ed enti locali, per depotenziare gli strumenti dei Regolamenti e dei piani settoriali, troppo spesso erroneamente interpretati come ostacoli alla libertà dei gestori di collocare ovunque le infrastrutture di comunicazione elettronica.

L’Authority nazionale garante del mercato e della concorrenza è stata tirata in ballo in ben due occasioni:

  • Segnalazione AS 1551, in cui, nel condannare gli ostacoli che Arpa, Regioni e Comuni avrebbero frapposto allo sviluppo delle reti di telecomunicazione mobile, attraverso l’approvazione di norme ed atti regolamentari contenenti vincoli alla libertà di installazione, l’Authority auspica che il Governo e tutte le istituzioni nazionali a cui la segnalazione è stata trasmessa (Parlamento, Regioni, Anci, ecc.), procedano a rimuovere tali ostacoli con un intervento normativo adeguato.

  • Segnalazione AS 1576, in cui l’Antitrust, lamentando attività ostative poste in essere dal Comune e da alcuni municipi di Roma Capitale, si spinge a colpire il Regolamento degli impianti di telefonia mobile (Del. C.C. 26/2015), in quanto, attraverso i c.d. criteri localizzativi, determinerebbe “una restrizione ingiustificata alla concorrenza nel mercato delle telecomunicazione mobili”, promuovendone il ricorso al TAR.

I giudici della Corte europea (CGUE) sono invece stati interpellati nientemeno che dal Consiglio di Stato, che, nel pronunciarsi in appello sulle sentenze del TAR Lazio del 2017, che convalidavano e legittimavano il Regolamento per gli impianti di telefonia mobile varato da Roma Capitale (e contro il quale Tim, Vodafone, Wind/H3G ed Ericcson avevano proposto ricorso), ha sospeso il giudizio nel merito e inviato, con Ordinanza (n° 2033/2019) gli atti alla Corte di giustizia UE per sapere se vi sia o meno compatibilità dell’art. 8, 6° comma, L. 36/2001 con l’ordinamento UE.

E’ innegabile che tutti questi attacchi convergono non a caso verso un obiettivo dichiarato: demolire i REGOLAMENTI, cioè gli strumenti cautelativi a disposizione degli enti locali, predisposti dalla legge nazionale (art. 8, 6° comma L. 36/2001) per bilanciare lo strapotere degli operatori telefonici e le loro pretese di disseminare di infrastrutture elettromagnetiche tutto il territorio nazionale.

E allora assume ancor più rilevanza, in un contesto di attualità e tempestività, la recente presentazione al Senato di un disegno di legge (AS 1205) che, modificando l’art. 8, 6 comma della Legge Quadro, incide significativamente sulle competenze degli enti locali, rafforzandole ma senza comprimere il diritto riconosciuto agli operatori di realizzare le reti di comunicazione elettronica.

Potrebbe definirsi un esempio virtuoso di bilanciamento degli interessi contrapposti.

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